Storie di espatriati: Eravamo vincenti io e te. Vincenti, solo che il mondo ancora non lo sapeva…

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Eravamo vincenti io e te. Vincenti, solo che il mondo ancora non lo sapeva. Non lo capiva.

Ci siamo conosciute in prima elementare. Erano i ruggenti e gloriosi anni ’80, gli anni del tutto é possibile, dello yuppy che partiva dal nulla e poi finiva a Wall Street, erano gli anni del vitello tonnato, di Gira La Moda che ci faceva sentire tutte stiliste, del panettone Tartufon-Sai che bon!, e del Super Telegattone.




Quel giorno di inizio Settembre siamo state accorpate nella stessa classe, e da lí, come in un matrimonio (felicemente!) imposto, siamo rimaste assieme, anche quando abbiamo scelto due licei diversi.

Noi due eravamo le inseparabili compagne di banco, sempre fedeli l’una con l’altra! Ma diciamolo, un po’ eravamo costrette a esserlo, perché vedi, io e te eravamo “particolari” (cosí dicevano i nostri genitori), o semplicemente delle “cesse” (cosí dicevano i compagnetti di scuola).

Ebbene sí eravamo le sfigate della classe, io troppo grassa per essere “normale”, e tu invece troppo brutta e poi piú avanti brufolosa, per stare nel gruppetto delle “vincenti”, come le chiamava il maestro.

Ma a noi due non ci importava molto, perché avevamo una marcia in piú (almeno secondo la sottoscritta), io e te avevamo la fantasia dalla nostra parte, io e te avevamo la creativitá nel narrarci a vicenda mondi diversi, mondi dove non c’erano bulle e bulli pronti a ridere perché non eravamo come loro. “I Normali”.

Cosí passavamo l’ora della merenda da sole in classe a disegnare, ci bastava un blocco e una matita, e giú a tirare fuori storie, su storie. Ci alternavamo, tu iniziavi un racconto, lo disegnavi pian piano mentre srotolavi la storia, e poi passavi la palla a me, e io continuavo. Potevamo andare avanti per ore, e tu eri felice perché mi facevi ridere, perché io ero l’unica che voleva stare vicino a te, senza trovarti strana. L’unica che non rideva perché eri bruttarella, brufolosa, o che non ti chiamava “scimmietta”.

All’epoca non si sapeva nulla del bullismo, mamme e maestri ci ridevano su. Era “normale”, che ci fossero bimbi e ragazzi emarginati. Il problema o semmai la colpa era solo loro e non degli altri, perché loro, i mostri, non sapevamo socializzare, non sapevamo stare in gruppo, perché semplicemente non eravamo come gli altri.

Negli anni io me ne sono fatta una ragione, a me bastavi tu e le nostre incredibili storie, a me bastavano le nostre passeggiate e le lunghe chiacchierate, che finivano con il gelato sulla panchina vicino alla chiesa, o in uno dei primi fast food americani. Conservo ancora i TVB e i super-amiche per sempre!, scritti sulla carta mezza unta delle patatine fritte, o sui tovaglioli. Ma tu, tu … te ne facevi un cruccio. Tu non lo accettavi, e crescendo diventava sempre piú difficile rapportarsi con il prossimo, anche solo quando questi voleva davvero essere tuo amico, e non deriderti chiamandoti mostro o scimmietta.

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E poi dopo il liceo, abbiamo preso strade differenti. Tu hai continuato a studiare, io invece ho iniziato il girone dantesco degli stage. Fortuna che c’era il telefono, che come Lopez diceva in una pubblicitá degli anni ’90, allunga la vita!

Di tanto in tanto uscivamo ma tu eri sempre piú taciturna e distante. Non avevi voglia di raccontarti, eppure scorciavi sempre piú la gonna, e ti truccavi pesante. Se ti vesti sexy i ragazzi ti guardano. Se ti fai carina, loro allora non devono guardarti in faccia!

Passavi i pomeriggi sulle chat, alla ricerca di conferme, alla ricerca di qualcuno che ti accettasse, che ti desiderasse, che non ridesse piú di te. Perché nella tua testa, quelle risate non erano mai andate nel dimenticatoio, nella tua testa tu sedevi ancora sola in classe con me a ricreazione, mentre gli altri andavano di fuori a giocare.

Nella tua testa noi due eravamo ancora la cicciona e la scimmietta!




E poi sei sparita. Sei sparita dopo l’ennesima discussione, perché io vedevo che avevi bisogno di aiuto, ma tu dicevi che stavi bene, eri felice perché ti bastava uscire con i tanti ragazzi che conoscevi in chat. Poi un giorno mi hai chiamato, piangevi e dicevi cose strane, vaneggiavi mischiando il passato con il presente, e poi tua madre ha chiuso la telefonata, dicendo che non stavi bene. Mi hanno detto che sei caduta in depressione, poi sono cominciati i vaneggiamenti, e poi i lunghi silenzi a fissare la TV spenta.

Ho capito che qualcosa era successo. Sono rimasta attaccata per lunghissimo tempo ad attendere che venissi a rispondere al telefono, sono rimasta fuori dal portone di casa tua ad attendere che scendessi anche solo per un istante. Ti ho scritto anche delle lettere, perché tua madre diceva che ti facevano stare bene. Finché i tuoi non mi hanno detto di lasciarti in pace, perché tu non sapevi neanche piú chi eri.

Sono passati piú di 1o lunghi anni. E oggi quando passo davanti a casa tua, io rallento nella speranza di vederti, anche se so che non abiti piú lí. Chiedo sempre a mia madre, se mai ti hai rivisto, se incontra ancora tua madre … ma nulla. Quelle poche volte che si sono incrociate negli anni passati, lei ha detto che tu ormai eri un fantasma che entrava e usciva dagli ospedali psichiatrici, che parlava con gli alieni, e che passava le giornate rinchiusa in casa.

Qualche volta ti sogno sai, come l’altra notte che ti incontravo per caso e tu eri lí sorridente, davanti alla tua vecchia casa, eri lí, la mia cara amica d’infanzia e la gioia era cosí tanta che scoppiavo in lacrime, e ti abbracciavo forte chiedendoti perché, perché mi avevi lasciata sola senza un perché e senza un come.

Mi sono commossa anche un mesetto fa quando al cinema ho visto The Imitation Game, perché il personaggio, Alan, era un outsider come noi due, e aveva un amico peró, l’unico amico che lo accettava per cosí come era, l’unico amico che voleva stare con lui, perché lo trovava “normale”.

Chissá dove sei ora?

In che mondo sei ora. Hai trovato forse conforto nel rifuggiarti nei mondi favolosi e incantati che ci raccontavamo, per scacciare via la tristezza di quelli che non volevano giocare con noi.

In un certo senso sei espatriata anche tu come me, solo che sei andata in posti lontani e remoti. Eppure … eppure mi piace pensare, anzi, raccontarmi, che alla fine ce l’hai fatta. Che alla fine ne sei venuta fuori.

Qualche volta metto il tuo nome su Facebook, per vedere se esci fuori. Qualche volta mi chiedo se tu ti ricordi di me. Molte volte, ti immagino muta a fissare il vuoto, in attesa di essere accettata, in attesa della vita.

Uno dei tuoi cartoni preferiti che amavi disegnare era Lady Oscar, lei cosí diversa, era la tua eroina! Lei che non si nascondeva da nulla e nessuno, e anzi, esaltava la sua stranezza (imposta dal padre che la voleva maschio!). Ti piaceva disegnarla, e ti rivedo piegata su quel foglio, le maniche del grembiule bianco sporche di grafite, e io seduta al tuo fianco che in silenzio ti osservo affascinata dalla tua bravura nel riuscire con poche linee a portare in vita, non solo un personaggio, ma anche un mondo intero.

Mi manchi.




Sir Koala ringrazia e saluta.

Koala Londinese

Koala Londinese

Sir Koala Londinese at Sir Koala Londinese
Blogger romana dal 2010 in trasferta in quel di Londra. Fra un pezzo di pane tirato ad uno scoiattolo e un altro ad un piccione, ti servo la mia visione animale di Londra e non solo! Seriamente convinta di due cose: ció che pensi diventi e che il Carpe Diem dovrebbero prescriverlo a tutti! 😉
Koala Londinese

2 Risposte a “Storie di espatriati: Eravamo vincenti io e te. Vincenti, solo che il mondo ancora non lo sapeva…”

  1. mi dispiace tantissimo per la tua amica, spero che magari abbia cambiato citta, nome su fb ( che ne so si sara sposata e usera il nome del marito), spero il meglio. e dura essere presi di mira, ne ho avuta esperienza, in una scuola di ricconi, io ero l unica normale non griffata. e stata dura, nulla rispetto a te ma capisco perfettamente.
    leggendo il tuo blog ho ritrovato il coraggio di espatriare di nuovo ( avevo un forte desiderio, ma mille dubbi e sopratutto paura).
    grazie mille, spero di incontrarti a londra!

  2. Che racconto triste.
    La depressione se non è riconosciuta e curata quanto prima, è una via senza ritorno, diviene malattia mentale e la persona che conoscevi prima non esiste più.
    Mi dispiace per la tua amica e anche per te, perchè sapere che una persona con cui hai condiviso molto e a cui hai voltuo bene, non c’è più, non nel senso fisico del termine, è doloroso.

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